31 Gennaio 2021, 07.45
Blog - Maestro John

L'amore, la guerra, la neve

di Maestro John

In questi tristi giorni si sono ricordate le vittime dell’Olocausto, del bombardamento di Gavardo e di Nikolajewka

 
La Grande Storia contiene in sé tante piccole storie, come la struggente vicenda di Augusto Comini e di Maria Bertazzi.
Grazie a mio nipote Marco (figlio di mio fratello Dino, appassionato di cimeli e fatti storici e che gestisce il negozio di scarpe a Salò) ed al mio amico Mauro Abastanotti (autore di numerosi libri come “Dov’è Nikolajewka?”), ho potuto ricostruire una storia all’interno dell’immensa tragedia dei nostri soldati in Russia.

Augusto Comini era il terzo figlio di Giacomo Comini (fratello di mio nonno Angelo) e di Raggi Maddalena, ed era nato a Salò il 6 novembre 1917. L’anno dopo era nata Maria Bertazzi, a Polpenazze, ed essendo orfana di padre aveva trovato accoglienza presso le orfanelle di Salò.
Maria conobbe Augusto nel 1940, ed i due si innamorarono.
Augusto aveva già svolto il servizio militare, possedeva una Guzzi 250, e mi immagino i due giovani viaggiare, felici e spensierati.
Sulla riva delle splendide acque del lago, i due iniziarono a progettare il matrimonio.

Ma la guerra incombeva e (come successe per il mio papà) Augusto venne richiamato nell’estate del 42, come geniere. Raggiunse il fronte sulle rive del fiume Don, con il Corpo d’armata Alpino. Partecipò alla costruzione di ponti durante la lunga marcia, e giunto sulla riva occidentale del fiume Don, con i commilitoni lavorò per predisporre trinceramenti ed alloggi.

Era come un villaggio sotterraneo, scavato con duro lavoro. Vivevano lì, in compagnia dei topi. Ma più se ne uccidevano più ne saltavano fuori. E naturalmente non  mancavano i pidocchi.
Ma lo spirito alpino era alto, e si poteva anche ridere con i compagni. La sera Augusto, invaso dalla nostalgia, scriveva alla sua amata Maria, che con trepidazione attendeva le sue lettere e le conservava con devozione.  

Ma arrivò il generale inverno. Gli uomini cominciarono a trovare nella gavetta un blocco di ghiaccio. Le sentinelle smontanti entravano livide nei rifugi ed i pastrani poggiati sul pavimento stavano ritti da soli.
E arrivò il Natale. “Buon Natale, amore mio! Buon Natale anche a te che sei lontana!” I canti erano tristi come gli uccelli nella neve. Il fiume era gelato. Ormai la lastra di ghiaccio poteva reggere anche i carri armati. Era giunta l’ora dei russi.

Le divisioni alpine, dopo violenti combattimenti, dovettero ripiegare per non essere accerchiate.  In poche ore la situazione era precipitata. Ormai non si parlava più di ripiegamento, ma di ritirata. Tutti con la stessa angoscia nel cuore, tutti con il terrore dei carri armati.
La colonna si snodava per chilometri sul bianco della steppa. Girava voce che i tedeschi a colpi di baionetta tagliavano le mani degli alpini che si aggrappano ai loro camion.  Gli uomini si mordevano le labbra per far circolare il sangue, i cappotti erano ricoperti di uno strato di ghiaccio.
Nella steppa gelata, ad una temperatura che raggiungeva i 40 gradi sotto  zero, esausti, senza viveri, senza la possibilità di fermarsi per non soccombere al gelo, gli alpini affrontarono un tragico calvario.

Se non camminavi, morivi assiderato; bisogna muoversi, far muovere i piedi e il cervello, tenersi svegli. Il vento si fece tormenta. Bisognava tenere forte la coperta che riparava la testa e le spalle. Ma la neve entrava di sotto e pungeva il viso, il collo, i polsi.  Ma si camminava. Un passo dietro l’altro, un passo dietro l’altro, un passo dietro l’altro.

Se in testa si fermavano, si fermavano tutti. Nessuno parlava, sembrava una colonna di ombre. Di notte, se si aveva la fortuna di arrivare in un paese nella steppa, si cercava un’isba. Le vecchie e le bambine vicino alla stufa li guardavano terrorizzate. La pagnotta ormai era di pietra per il gelo. Il fuoco non riusciva a togliere il gelo dal corpo, ma dava ristoro. Riempiendo un elmetto di neve e tenendolo sospeso sul fuoco,  la neve sgelava adagio e alla fine in fondo all’elmetto rimaneva solo un po’ d’acqua giallastra e schifosamente tiepida. Ma la sete non badava a queste cose.

Si ripartiva subito perché c’erano i russi alle calcagna. Era chiaro a tutti che si andava ciecamente allo sbaraglio. La pianura bianca di neve era punteggiata di morti. Bastava uno scrollo del mulo a far rotolare giù dalla slitta i feriti. Restavano là, nella steppa. La ritirata fu un susseguirsi di marce forzate per più di 700 chilometri. Gli alpini combatterono oltre 11 disperate battaglie per aprirsi un varco attraverso gli sbarramenti sovietici.

Ogni volta riprendevano il cammino, avanti, avanti, seguiti dalle ombre degli sbandati. Avanti, a passo lesto, benché stanchissimi, affamati
Avanti, con l’illusione di placare la sete sciogliendo in bocca la neve
Avanti, rubando galline, mangiandole mezze crude con le penne attaccate alla barba
Avanti, con i muli che non ce la facevano più ma andavano avanti
Avanti, accarezzando come bambini i poveri piedi per difenderli dal congelamento
Avanti, nella steppa gelata che sembra allargare all’infinito i suoi confini
Avanti, tutti con il pensiero di ritornare a baita, di poter riabbracciare i propri cari

Tutti camminavano in una disperata lotta per la sopravvivenza, nella speranza di una salvezza che appariva impossibile, nel ricordo della “baita” e della mamma o della morosa.

Il 26 gennaio del 1943, dopo giorni di marcia, gli alpini riuscirono a sfondare le linee russe al ponte della ferrovia di Nikolajewka e ad uscire dalla sacca nella quale erano rinchiusi. Ma molti rimasero là, nella neve.

Come Augusto, che rimase vittima il 20 gennaio, presumibilmente nei pressi del villaggio di Podgornoe. Non aveva neppure 26 anni.

 “…Tutto ora tace. A illuminar la neve
neppure s’alza l’ombra di una voce
lo zaino è divenuto un peso greve
ora l’arma s’è mutata in croce.
Lungo le piste sporche e insanguinate
son mille e mille croci degli alpini,
cantate piano, non li disturbate,
ora dormono il sonno dei bambini…”

(Bepi De Marzi, “L’ultima notte”)

Augusto non rivedrà più la famiglia e la cara Maria. Mi piace immaginare che Augusto si sia addormentato nella neve, sognando di passeggiare con la sua amata in una bel giorno di primavera, tra gli olivi.

Maria attese inutilmente il suo ritorno. Augusto le aveva scritto molte lettere, ma le comunicazioni si interruppero già dai primi di gennaio.
Mentre per il trasporto in Russia del Corpo d’Armata Alpino erano stati necessari 200 treni, per il ritorno ne bastarono 17. 
Furono più di 100 mila i soldati italiani morti o dispersi sul fronte russo.
La maggior parte vennero seppelliti in fosse comuni o nei cimiteri dei villaggi nella regione del Don, ai confini con l’attuale Ucraina.

Migliaia di famiglie attesero invano il ritorno dei loro congiunti, ma da allora non seppero più nulla. Mi strazia il cuore il pensiero di tante mamme e fidanzate che piangendo speravano che il figlio non fosse perduto, che attendevano alla stazione del treno, con in mano la foto del proprio caro, il senso della loro vita. Non si può nemmeno immaginare il dolore di queste povere, meravigliose donne.

Dopo il trauma della scomparsa del suo Augusto e la fine delle speranze per un suo ritorno, nel 1950 Maria si è sposata ed ha rilevato una trattoria in Contrada delle Cossere, nel cuore della Brescia antica. Grande lavoratrice, forte, tenace e intraprendente, ha continuato a gestire il locale anche dopo la morte del marito, fino al 1976. Ha avuto una figlia, nipote e pronipoti. Maria ci ha lasciati nel 2010.

E’ questo un ricordo e un omaggio che voglio rendere a lei, ad Augusto ed a tutti i soldati che si sono sacrificati in quell’inferno bianco.
È una storia che pare lontana nel tempo, facile da scordare.
Ma è una storia che non va dimenticata. Mai.

Concludo ricordando che, nella vicina Bosnia, ci sono migliaia di rifugiati esposti alla neve e al gelo, alcuni con le ciabatte nella neve, isolati e respinti con violenza. Speriamo che l’Unione Europea riesca a risolvere questa tragedia umanitaria.

Ci sentiamo la settimana prossima, a Dio piacendo
maestro John

Nelle foto:
1) La banda alpina con in basso a destra l’alpino “Doro” Codenotti, reduce della campagna di Russia: tornò a casa dopo aver trascorso due anni in un lager tedesco
2) Una cartolina d’epoca
3) L’alpino Piero Tedoldi, anche lui reduce dalla Russia, con il Ministro Donat-Cattin
4) Una scena dello spettacolo “Dov’è Nikolajewka?” presso il Rifugio Garibaldi ai piedi dell’Adamello

Grazie per la preziosa collaborazione a mio nipote Marco, che mi ha inviato le sue ricerche sia all’associazione dei Reduci e delle famiglie dei Caduti e dei dispersi, sia ai Memoriali Militari Russi, a Mosca (ente analogo al nostro Onorcaduti).
Grazie al mio amico Mauro, dal cui libro il Teatro Gavardo ha tratto uno spettacolo con protagonista Andrea Giustacchini, le musiche di Luca Lombardi, il video di Sara Ragnoli e la partecipazione del coro "La Faita"
E grazie di cuore alla figlia di Maria Bertazzi, che conserva ancora una lettera di Augusto.



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