09 Dicembre 2015, 07.00
BLOG - Lo Stellante

«Lorem ipsum dolor» o «Del nome inaudito»

di Nicola Zanoni

“Call me Ishmael”, “Chiamatemi Ismaele”. È l'incipit del celeberrimo Moby Dick (1851) dell'americano Hermann Melville...


... romanzo – è noto – che racconta della maniaca volontà di vendetta del capitano Achab e del suo ossessivo ed ossessionato viaggio a caccia della grande balena bianca, colpevole di averlo privato della gamba sinistra.
Ma perché 'chiamatemi' e non 'mi chiamo' o, ancor meglio, 'sono'? Chi è Ismaele, per non essere 'Ismaele'? Cosa dice, se dice, dicendo di non dire?

Il 'lorem ipsum dolor' è quel che in gergo si dice un 'testo segnaposto', ossia un testo privo di senso compiuto, utilizzato in tipografia e affini come riempitivo di spazi grafici destinati ad ospitare appunto uno scritto, per verificarne l'eventuale impatto estetico, nonché la leggibilità.
Sopravvive intatto dal 1500 – da quando cioè un anonimo stampatore dell'epoca lo compose pseudocasualmente, alterando un brano di Cicerone, al fine di mostrare i propri caratteri di stampa alle committenze.

Ismaele è il narratore della storia, oltre che un membro dell'equipaggio del Pequod, la baleniera di Achab.
Ma Ismaele è anche, stando al Genesi, il primogenito rinnegato di Abramo, vagabondo del deserto e nobile progenitore degli Arabi, da lui appunto chiamati anche 'ismaeliti'.
E poiché dagli Arabi nasce l'Islam, e poiché per l'Islam Allah ha novantanove nomi più uno – il centesimo, il 'Grande Nome', sconosciuto ai più e ai più inaccessibile, dono sacro per gli spiriti elevati e i mistici…

In sé, il 'lorem ipsum' non significa nulla. È, come detto, un riempitivo, un insieme di parole che stanno per altro, che esistono in virtù di qualcosa che esse stesse non sono.
Il loro unico scopo è dare corpo alla struttura che le ospita e che – questa sì – ha senso indipendentemente dal testo in essa contenuto.
Qualcosa di molto simile diceva Platone, sottolineando l'eternità della forma (IL cavallo) a dispetto dell'impermanenza della materia (UN cavallo).
Qualcosa di altrettanto simile, echeggiando Platone, scriveva Schopenhauer (qui già citato), dicendo la maschera più reale di colui che la indossa.

Perché un nome non è mai la cosa chiamata. Un nome è un nome. Un suono – forse un pensiero – più o meno lieve, più o meno esatto, dietro cui la verità si nasconde – affinché non si sveli.
Ma! – la verità stessa è un nome… E allora, si chiederà, cos’è il nome? Nient'altro che un involucro, una ragnatela sottile, una rete gettata sul Tutto, per coprirlo, catturarlo, imbrigliarlo, nasconderlo.

Il nome è il labirinto che s'attorciglia sul Minotauro.
Per questo Ismaele non vuole né può essere 'Ismaele', ma soltanto ci invita a chiamarlo 'Ismaele'.
Per questo il 'lorem ipsum' – che, ironia della sorte, parla, almeno nella versione ciceroniana, del dolore in sé! – rinvia all'infinito a qualcosa che mai si rivelerà e che pure è chiamato a farlo: giacché nessun testo sarà IL testo, e, pure, il 'lorem ipsum' non è, né può essere, UN testo, certo comunque non essendo, lui nemmeno, IL testo – e, anzi, quest'ultimo volendo evocare.
Quasi allora che 'Ismaele', così come il 'lorem ipsum', siano il pretesto per raccontare una storia, o riempire uno spazio. Quasi, allora, che la vita sia un riempitivo al dolore.




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