29 Aprile 2018, 10.23
Blog - Maestro John

Ogni volta

di John Comini

Ogni volta che partecipo ad una visita al Buco del Frate, vivo un’emozione straordinaria. Sono in pensione, ma appena ho saputo dal mio amico maestro Angelo Mora che le classi terze di Prevalle avrebbero passato una giornata sul monte Budellone, ho detto: “Vengo anch’io!” (e per fortuna nessuno mi ha risposto: No tu no!)


La giornata è splendida. E pensare che, la settimana prima, l’uscita era stata rimandata a causa del maltempo. Ma questa volta c’è un sole che spacca le pietre. Pronti, via. Si parte, in fila e attenti alle macchine sulla statale. Fortuna che ci sono i nonni vigile con le loro casacche fosforescenti e la loro cordialità. 
 
E poi ci sono i Vigili del Comune di Prevalle, sempre gentili e a disposizione delle iniziative della scuola. Essendo in pensione, ricevo saluti e sorrisi, ed è tutto particolarmente bello. La strada comincia a salire, sfrecciano camion che vanno su e giù dalle cave. I camionisti salutano i bambini, che rispondono allegri.
 
Ed eccoci al Buco del Frate, monumento naturale che si trova nella sella fra il Monte Budellone ed il Monte Paitone. Angelo Lando, una persona entusiasta ed appassionata di archeologia, giorni prima era passato nelle classi a spiegare ai bambini (con reperti fossili, mappe e documenti) quello che avremmo visto. Lando è stato studente del maestro Piero Simoni.
 
Nella primavera del 1954 si trovava con quattro amici al "Bar Gianni" di Gavardo: Alberto Grumi (mio maestro!), Alfredo Franzini e Silvio Venturelli (ha dipinto quadri stupendi ed ha raccontato la propria vita in un libro commovente). Per  impiegare il tempo libero, invece di andare a ballare o fare una scampagnata, decisero di curiosare nelle grotte sparse sul territorio circostante il paese. Iniziarono dal “Büs del Frà”. Lì, dopo varie ricerche, rinvennero un osso mascellare di bisonte. 
 
L’entusiasmo salì alle stelle e, durante le successive spedizioni, raccolsero una gran quantità di reperti ossei. E proprio nel Buco del Frate hanno trovato lo scheletro di un Ursus Spelaeus, che ora si trova in bella vista presso lo splendido edificio quattrocentesco nel centro storico di Gavardo. L’entusiasmo del maestro Simoni fu contagioso, al punto che in centinaia di persone nacque l’amore per l’archeologia. Forza maestro, i 100 anni sono ad un passo! In bocca al lupo… anzi, all’Ursus!
 
All’ingresso ecco ad attenderci una squadra di Alpini e di Volontari della Protezione Civile, che aiuteranno i bambini, divisi in gruppi, a scendere nelle profondità della grotta. E qui bisogna dire un “grazie” grande come… una grotta!
Grazie al Gruppo Alpini, alla Protezione Civile e all’Associazione Combattenti e Reduci di Prevalle. Perché queste meravigliose persone giorni prima avevano eseguito pulizia e taglio della zona adiacente. E non solo. Gli alpini hanno fornitoi caschi per alunni e docenti (per il sottoscritto “crapù” sarebbe stato utile un pentolone… ) e predisposto corde, scale ed illuminazione artificiale.Così l’escursione poteva avvenire in completa sicurezza.Un modo per testimoniare la propria presenza sul territorio, continuare a preservarlo e tramandarne l’amore alle nuove generazioni. Più bello di così!
 
Tra gli alpini c’è il leggendario Francesco Maioli, per tutti “Cecco”, col suo fedele cappello alpino compagno di tante avventure, uno dei primissimi “esploratori” del Gruppo Grotte Gavardo. Mi chiede di mettere gli accenti giusti ad una bella filastrocca in dialetto, che mi declama con slancio epico.
 
“Ghira sèt casadúr, sés nücc e giü sensa camisa.
I ghira sèt s-ciòp, sés rócc e giü sensa salì.
I ghira sèt cà, sés mónch e giü sensa cúa.

Jè nacc a tràa la légor, sés le gh’èscapàde e giöna i ghe la mia pudida aì,
tràga co le s-ciòp sensa salì, ferés la légor che no ghìa, 
mètela en del sé a chèl sensa camisa.

Và dala siùra Madalena, che la dà des cül quand che la sa ména,
Ghè là sèt paröi, sés rócc e giü sensa font, per fa cöser la légor dal cótónt,
Jè nacc a majà la légor sóta la pianta de póm, bùrla zó on fröt söl cò de önòm.

Sübet el salta en pé, và dal siòr dutur Macabrü che el ghà mai fat guarì nisü.
Te ciàpet tre cucù de èsa de chèl bù, tai fét bóer enfin che i resta dù, 
ciàpaó na pessa bagnada, mètela sö la ferìda, domà l’è zà guarìda.

Svólta a la oltàda, che vòi fat ona parlada, te piàs a fà el bechér? 
Come chèi che va en giro ensanguinàcc e ùcc

che ga fa vègner i gòmecc ai nóni e ai niùcc.
Se sto mestér el ta pàr bel… fàghel fà al tò fradèl.”
 
Grande “Cecco”! E grazie a Paolo Catterina, che mi ha aiutato a mettere gli accenti giusti. Mi ha scritto: “Che persona straordinaria Cecco (fratello del mio povero zio Luigi e zio del mio cugino Ivano Maioli) alpino, speleologo, archeologo, un saggio d’altri tempi, uomo generoso e disponibile oltre ogni possibilità, di quelli che nascono ogni cent’anni… ”.
 
Nella grotta buia e fredda si è ricreato l’incanto della scoperta. Le stalattiti, le stalagmiti, gli anfratti, le rocce carsiche, la discesa sdrucciolevole, il fango, l’argilla, hanno creato un mondo magico. E quando il signor Lando ha mostrato, laggiù, nel buio, la lampada al carburo che usavano i primi esploratori, dai bambini (abituati a cartoni e oggetti ultratecnologici) è partito un “oooh!” di meraviglia.
 
Il mitico Ondei (persona di grande cultura e profonda umanità) tra le altre cose ci ha parlato dei pipistrelli, antichi abitatori della grotta, e della loro utilità, perché vanno matti per le fastidiose zanzare. E poi c’è stata la ripida salita, aggrappati alle scale e sollevati dalle robuste braccia degli alpini. Bambini e maestri hanno potuto riposare, dopo essersi lavati le mani infangate, grazie all’acqua portata dagli alpini. Dopo una tale avventura, a tutti è venuta una fame… primitiva. I bambini sono corsi a caccia…  degli zainetti, da dove han pescato ogni ben di Dio.
 
Ogni volta che vedo gli alpini accendere il fuoco, mi avvicino… Già, perché ci sono le salamine in arrivo. È qui la festa! Gli alpini, dopo aver sgobbato per ore, si ritrovano insieme, tirano fuori gorgonzola e acciughe, innaffiando il tutto con vino rosso. E poi “taca banda!”: si intonano canzoni struggenti, che parlano di guerra e di morose che attendono l’amato. Ma anche canzoni allegre:
 
“Te recordet i temp endré
quand che naem a spasà i polér
spasà i polér robà galine, ora pro nobis!”
 
Ogni volta che ascolto queste persone che cantano in coro, mi viene addosso una strana emozione, fatta di gioia e di malinconia. Perché nel mondo non sono tutti come loro, che si sacrificano per gli altri e poi restano uniti e sono capaci di portare pace e allegria? 
 
E non finisce mica qui: nel pomeriggio c’è l’ascesa su per le balze del Budellone. A metà percorso il maestro Angelo fa osservare le cave e il parco fotovoltaico. Arrivati in cima, si osserva lo splendido panorama e ci si diverte a riconoscere dov’è il Municipio, la scuola, la propria abitazione. E infine la discesa: attenti a non scivolare!
Nel prato osservo una bambina. Si chiama Anna, è seduta accanto ad un albero, tutta concentrata, mentre gli altri corrono felici. Sta scrivendo un diario di questa giornata indimenticabile. Scrivere la felicità rende felici. Mi commuovo per questi istanti di poesia.
 
Ogni volta che vivi cose belle, il tempo vola via.
La brava maestra Rosaria mi scrive: “Bellissima anche per me la giornata di lunedì. Martedì però avresti dovuto vederci. Tutte doloranti! Una fatica nel salire e scendere le scale... e anche ad accucciarsi. Dei rottami.” Eh, queste maestre giovani! 
 
Per fortuna giovedì 2 maggio le “mie” classi quinte andranno a Capovalle e sul monte Stino per un percorso sui luoghi della prima guerra mondiale. Naturalmente grazie al Gruppo Alpini, alla Protezione Civile e all’Associazione Combattenti e Reduci di Prevalle. Cosa faremmo senza di loro? Vengo anch’io! Vi racconterò…
 
Ci sentiamo la settimana prossima, a Dio piacendo
maestro John Comini
 
Ci ha lasciati il maestro Salvatore Filotico, 69 anni, educatore instancabile ed appassionato uomo di cultura, oltre che allenatore di basket. Pugliese, aveva vissuto per quasi 40 anni a Fasano e aveva insegnato alla scuola elementare di Salò per molti anni, con una particolare attenzione per i ragazzi disabili e con difficoltà. Un suo amico ha scritto: «Ha resistito fino alla fine, Titti. E forse non è stato un caso che sia sopravvissuto – con orgoglio e dignità, pur soffrendo – al suo ultimo 25 aprile, prima di andarsene. Che la terra ti sia lieve, magister vitae».
 
Nelle foto: 
- Francesco Maioli con il maestro Angelo Mora
- Si sale verso il Budellone
- Alpini e Volontari della Protezione Civile con i bambini
- Angelo Lando sul luogo dei primi ritrovamenti
 


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