18 Ottobre 2021, 10.33
Eco del Perlasca

Stato leader economico (parte 1)

di Tommaso Franzoni

Il sistema capitalista ha mostrato i propri difetti. Lo Stato è sempre contestato, ma durante un periodo di crisi il suo intervento viene acclamato.


Consideriamo alcuni problemi

Nell’antica Roma i singoli individui partecipavano attivamente alla vita sociale della città. Il concetto di “pro bono pubblico” spingeva i privati ad investire economicamente e militarmente per il bene della metropoli, al fine di garantire maggiore gloria e sviluppo alla Nazione. Tutto ciò fece Roma “caput mundi” e costruì le basi della società moderna.

Oggi i beni creati dal pubblico sono visti come un qualcosa con lo scopo di coprire l’assenza del mercato, mancando in molte circostanze di finalità.
Nella crisi del 2008 le istituzioni hanno salvaguardato i settori finanziari, coprendo i debiti lasciati dalle imprese.
Ridurre il proprio ruolo a ciò non massimizza le performance di una nazione, quindi è necessario un cambio di visione. Lo Stato non deve limitarsi a correggere, ma anche orientare il mercato, intervenendo per sistemare le ragioni dei fallimenti del privato.

Già prima della pandemia
il capitalismo si era inceppato su alcuni temi. Il primo da citare è sicuramente il cambiamento climatico.
La temperatura media del nostro pianeta è aumentata di 3° C dall’inizio della rivoluzione industriale ed il tasso estinzione specie è mille volte più alto di quello naturale. I governi negli ultimi anni non si sono mobilitati abbastanza per risolvere questo problema: nel 2019 i sussidi dati alle aziende che utilizzano combustibili fossili ammontavano a 20 miliardi di dollari negli Stati Uniti e 55 nei paesi dell’Unione europea.

La disuguaglianza economica è un’altra questione da risolvere
.
La classe media è stata duramente colpita per via della pandemia, ma nonostante ciò il ceto borghese ha esclusivamente tutelato i propri interessi. In Italia quasi 5 mila miliardi di ricchezza patrimoniale è nelle tasche solo del 0,7% della popolazione, mentre l’indice Gini (coefficiente che calcola la disuguaglianza in un paese) è aumentato di più di 4 punti, passando dal 36,5% al 41,1%. Sebbene l’occupazione sia aumentata, prima della pandemia,  negli States ed in alcuni stati nell’Ocse, i salari medi sono cresciuti dello 0,8%, nonostante un aumento di produttività dell’1,5%.
 
Un’altra difficoltà da superare è l’instabilità del sistema finanziario
.
Nel 2018 il rapporto debito privato/pil ha raggiunto: 150% in Usa, 170% nel Regno Unito, 200% in Francia e 207% in Cina.
Nelle economie avanzate nel 1970 i mutui immobiliari costituivano il 35% di tutti i prestiti bancari, mentre nel 2007 il 60%.
Il problema è che gran parte dei profitti della finanza, torna esclusivamente alla finanza, arginando l’economia innovativa e produttiva: negli Usa e nel Regno Unito solo ⅕ dei capitali finanziari finisce nell’economia produttiva.

É quindi facilmente intuibile che la finanza ricerca profitti a breve termine, senza ricorrere ad investimenti che mirino all’innovazione. La struttura attuale del settore finanziario aumenta un sistema basato su debito e bolle speculative che, quando scoppiano, rendono agli occhi dei liberisti le istituzioni molto più colorate e simpatiche, a danno della comunità.

Tommaso Franzoni



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