26 Aprile 2020, 08.00
Gavardo
Blog - Maestro John

I ricordi del fotografo Buccella

di John Comini

Un tempo, se avevi la fortuna di possedere una macchina fotografica, dopo aver terminato il rullino dovevi recarti da un fotografo che ti avrebbe sviluppato le tue foto-ricordo. E a Gavardo quel fotografo è sempre stato il signor Domenico Buccella


Il negozio è in piazza De Medici (ora è gestito dal figlio Enrico), dove un tempo c’era il Bar Rita. Chissà quante fotografie avrà scattato! Ritratti di ogni genere, perché tutti vogliono vivere l’emozione di farsi immortalare, spesso in occasione delle tappe salienti della vita: la nascita, la Prima Comunione, la Cresima, il matrimonio. Senza dimenticare le foto di gruppo eseguite nelle scuole, nello sport, nelle feste delle varie associazioni. E chissà quante foto scattate per la patente, per la carta d’identità, per il servizio militare! Una vera e propria anagrafe per immagini. La fotografia è come uno specchio della memoria, e il signor Buccella era sempre presente, testimone di un’epoca.

Prima di questi tempi bui, spesso ci siamo incontrati mentre io mi recavo verso la Via Romana, e il signor Domenico andava a bere il caffè, accompagnato da una gentile signora. Alcune volte mi ha invitato ad entrare nella sua abitazione, che si trova vicino al mio ex compagno di scuola Antonio Facchetti ed alla moglie Iside, che lo salutano sempre con affetto. Ho ammirato un grande tabellone murale, pieno di foto e di ricordi, tra i quali l’immagine della cara moglie, Giulietta Devoti, cugina della mamma del mio amico don Paolo Goffi.

Il signor Domenico mi ha donato un DVD con le commoventi immagini di un suo viaggio a Bergen-Belsen, in Germania, nel 2010. Qui infatti era stato invitato, in qualità di Internato Militare Italiano, in occasione del 65° anniversario della Liberazione del Lager.

Sì perché il signor Buccella, nato nel ‘24, mentre faceva il servizio militare a Treviso nel 55° fanteria, dopo l’armistizio del ’43, venne catturato dai tedeschi e costretto al lavoro in un’acciaieria presso Hannover. “Mi fecero lavorare con turni di 12 ore al giorno e una fame che non finiva più. Ci davano della brodaglia per colazione, niente a pranzo, a cena una fetta di pane e un po’ di zuppa. Il sabato la razione era doppia, serviva anche per la domenica: la mangiavo subito, altrimenti me l’avrebbero rubata.”

In agosto si ammalò e fu trasferito nell’ospedale. “Altro che ospedale. Mi hanno portato a Bergen-Belsen” Era uno dei più terribili campi nazisti, dove denutrizione e malattie causarono la morte di migliaia di persone, tra le quali una ragazza di nome Anna Falk…

“Ho visto scene terribili. Se ho potuto scamparla è stato per un incredibile colpo di fortuna. Il 26 ottobre mi prendono e con un gruppetto di miei compagni mi rimandano ad Hannover, dove servivano alcuni operai. Non so perché abbiano scelto proprio me. È stato un puro caso. So però che grazie al caso io sono ancora vivo. Mi trasferirono ai lavori forzati in uno zuccherificio e poi in un salumificio: fu la mia salvezza. Sgobbavo come uno schiavo, ma almeno lì non crepavo di fame. Ho continuato a salare pancette sepolto in una cantina insieme a un prigioniero russo fino al 10 aprile ’45, giorno in cui in città sono entrate le truppe americane”.

Ritornato a casa, si è dedicato al lavoro di fotografo, e in cuor suo credo non abbia mai dimenticato quei terribili giorni. Ma penso anche che la straordinaria e affettuosa accoglienza avuta durante quella visita, in cui ha rivisto i luoghi delle sue memorie dolorose, gli abbiano donato un senso di identità e di riappacificazione.
 
Al signor Domenico ricordavo la storia di mio papà, che è stato prigioniero in un lager in Polonia. E vorrei ricordare tutte quelle persone che hanno sofferto nei campi di prigionia, e sono tanti e chiedo scusa se non li cito tutti. Ricordo Zucchetti Carlo, fratello del mio caro cognato Mario. Marcello Zane ha curato il libro “Dire di no: gavardesi nei lager nazisti”. Oltre al signor Domenico, ci sono i diari e le memorie di Giuseppe Zane, Isidoro Codenotti, Mario Bertuetti, Vittorio Pontiggia e Silvio Venturelli.

Isidoro Codenotti, per tutti “Doro”, fu inviato al fronte prima in Francia, nel 1940, poi in Grecia e in Albania e infine nella tragica campagna di Russia. Riuscì a tornare a casa, dopo aver trascorso due anni in un lager tedesco. Cavaliere del lavoro, medaglia d’oro come donatore Avis, Doro è stato per anni clarinettista nel Corpo musicale “Viribus Unitis” e direttore della fanfara alpina “Valchiese”. Il nome fu scelto dal Doro in memoria del battaglione alpino di cui faceva parte durante la guerra e a ricordo degli amici lasciati laggiù.

Anche il marinaio Silvio Venturelli dopo l’8 settembre viene arrestato dai tedeschi e trasferito in pieno inverno su carri bestiame in un lager: baracche umide, nauseanti, con finestrini senza vetri, su letti privi di paglia e lenzuola. Riesce a nascondere sotto la cintura dei pantaloni un piccolo quaderno per farne un diario. Fame, sempre fame. Lavora in una fabbrica con reparti di trafileria e laminatoio. Lavora insieme a civili tedeschi, non sono cattivi e alcuni hanno un figlio al fronte: molti si prodigano per saziare la loro fame arretrata. Silvio stringe amicizia con Vitus, è buono e gentile e di lui si ricorderà per tutta la vita. Lungo la strada incontra una ragazza dagli occhioni grandi. Si chiama Stilla. Lei gli porterà qualche sigaretta e qualche bollino per il pane (sicuramente se li è tolti di bocca per lui) e rimarrà nel cuore come una grande amica. Nel 1981, su proposta del sindaco Gabriele Avanzi, Silvio viene nominato Cavaliere al merito della Repubblica.

I miei amici Beatrice Meloni e Maurizio Abastanotti
hanno curato “Quattro quaderni segreti”, la raccolta dei diari di prigionia del generale degli alpini Giuseppe Giacobinelli. Nel ‘43 era colonnello comandante il 7° Reggimento Alpini a Belluno, venne fatto prigioniero  dai tedeschi ed internato nei campi di prigionia in Polonia e Germania. Le condizioni dei militari italiani nei lager erano crudeli: privati della qualifica di “prigionieri di guerra” in quanto considerati dai nazisti come dei traditori, non potevano essere assistiti dalla Croce Rossa: gli unici generi di conforto erano i pacchi inviati dalle famiglie. Ma come la stragrande maggioranza degli IMI, soldati e ufficiali, rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò, per la fedeltà al giuramento che aveva fatto al Re e per il disprezzo verso il fascismo. 

È struggente il rapporto con la sua “Tucci”, la moglie Anita, che appare in quasi tutte le pagine dei quaderni, come fonte di speranza, la ragione per tornare, ad ogni costo. Dopo il congedo fu sostenitore o animatore in molteplici realtà: Scuola Materna, Tiro a segno, Fanfara Alpina. Alla sua generosità si deve la costruzione della Chiesetta degli Alpini sul Monte Tesio. Un masso di granito del "suo" Adamello lo ricorda nella piazzetta davanti alla Scuola dell'Infanzia "G.  Quarena". Dopo la sua morte i quattro quaderni hanno rischiato di andare perduti.  È stata la determinazione della pronipote Clara Ferretti, di sua madre e della nipote Cecilia a salvarli fino alla pubblicazione.

L’attività di fotografo del signor Buccella prosegue col figlio Enrico, nato nel ’70, che si occupa da diversi anni di fotografia matrimoniale: il suo lavoro è caratterizzato da spiccato talento e cura dei particolari, per far rivivere le emozioni del giorno più bello della vita. Sulla pagina facebook riporta una bellissima frase del grande fotografo Cartier-Bresson: “È un’illusione che le foto si facciano con la macchina…si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa.” Penso che sia anche un meraviglioso omaggio al padre, che ha sempre colto gli istanti della vita con una grande umanità.

Ci sentiamo la settimana prossima,
a Dio piacendo
maestro John

Nelle foto:
1) Il signor Buccella durante la manifestazione per la 45 Bis
2) Mentre festeggia il suo 90° compleanno (dal blog di Silvia Berruto, che ringrazio)
3) Il mitico “Doro” (foto di Cesare Goffi)
4) Il Generale Giuseppe Giacobinelli (a sinistra) con i “suoi” alpini

Un ringraziamento particolare a Luca Cortini



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