04 Luglio 2021, 09.00
Gavardo
Blog - Maestro John

Pipe, toscani, sigarète e tabachì

di John Comini

Molti fumano, io non ho mai fumato. In compenso fin da bambino respiravo tabacco nei bar, nelle osterie, al cinema, in pizzeria. Si fumava dappertutto, tranne in chiesa


Ognuno ha la propria droga. Io ad esempio sono drogato di calcio (a proposito, fantastica Italia!). Mia mamma cantava: “Fumar la pipa non è peccato, lo disse Bortolo al sior curato, fumerò sempre fumerò ancora, son fumatore son fumator.”

In casa mia nessuno fumava, la nonna Margherita però mi mandava a comprare il tabacco dal Bruno Datteri e dalla moglie Silvana, di nascosto dal nonno Angelo. E come tabaccava ragazzi! “Sniff sniff sniff”, altro che coca colombiana! Nella medesima tabaccheria compravo le cartoline postali per la colonia di Livemmo (le scrivevo già a casa, con il francobollo già attaccato: “Cara mamma, io sto bene, mangio molto”).

E quando ci recavamo a Salò, vicino al Duomo, a trovare mia zia Celeste, nelle stanze c’era l’odore di sigarette dello zio Cecchino, che per farmi ridere sfregava la sua barba contro le mie guance. A proposito, è nata Celeste, terza figlia di Scioli Sara e di mio nipote Paolo Comini. Buona vita, bambina!

Fuori dall’oratorio c’era la voce del “Giulieto” che chiamava dal cancello del ricovero: “Fffsss, gnaro, va a töm el toscano!”

Nelle osterie aleggiava una pestifera nuvola di fumo; le donne vi entravano solo per recuperare il marito leggermente alticcio. Sul muro c’era una targhetta smaltata con scritto: ‘La persona civile non sputa in terra e non bestemmia’, mentre per terra c’era la sputacchiera, che serviva per coloro che il tabacco lo masticavano, anzi lo “ciccavano”.

Il cinema era una sauna di fumo passivo. La magia dei film era inquinata dalla nicotina che, come una nebbia nefasta, calava sugli spettatori. Sullo schermo vedevi languide, ammalianti maliarde che fumavano con il bocchino, mentre Humphrey Bogart con la sigaretta incollata sulle labbra le schiaffeggiava. E come dimenticare la felliniana tabaccaia di Amarcord, con quel ‘davanzale’ giunonico? Quando tornavo a casa, mia mamma mi chiedeva: ‘Sei stato al cinema?’ Puzzavo come il principe dei fumatori. Noi bambini imitavamo i grandi, fingendo di fumare sigarette di cioccolato. In colonia qualcuno provava a ‘fumare’ ramoscelli secchi, tagliati a mo’ di sigaro. Fui sorpreso un giorno nel vedere il caro don Antonio Bonetta che fumava nel suo studio. Ma anche molti dottori fumavano.

Diventati grandicelli (che non significa più intelligenti) di nascosto fuori dalla chiesa, per sembrare più “grande” degli altri, qualche amico estraeva dalla tasca uno zolfanello e lo sfregava sul muro per accendersi una sigaretta. Poi, dopo aver aspirato e tossito, imitando i cowboys  visti al cine, lanciava el mucì lontano, nel fiume (ah, il Chiese!).

Poi si scoprì che “il fumo nuoce gravemente alla salute”. Oggi lo sanno perfino i bambini, anzi, soprattutto i bambini: qualunque fumatore con figli è costantemente costretto a difendersi dagli assalti della propria prole.
C’era la pubblicità progresso, con lo slogan “Chi fuma avvelena anche te. Digli di smettere.” Secondo le statistiche, il fumo è la seconda causa di morte nel mondo.

Arrivò la legge anti-fumo, che vietava di fumare negli spazi pubblici. Ma come sempre, la legge spesso viene disattesa. Ho letto che i fumatori con la pandemia sono in aumento, il 26,2 % della popolazione a maggio di quest’anno: 5,5 milioni di uomini e 5, 8 milioni di donne. Lo Stato detiene il monopolio, speculando sul vizio dei cittadini.

Certamente chi fuma sente un effetto piacevole e stimolante, ma nel contempo l’assuefazione e la dipendenza dal fumo hanno ripercussioni sulla salute. Però quando glielo si dice, chi fuma come un turco replica: “Tanto ghó ac de mörer!” E poi ti fanno una serie di esempi di persone molto anziane che fumano come locomotive. Come Fredie Blom, vissuto in Sudafrica, l’uomo più vecchio del mondo: ex bevitore, Blom ha sempre fumato. Solo durante il lockdown non è stato più in grado di acquistare tabacco e i giornali per arrotolarsi le sigarette, cosa che avrebbe voluto fare nel giorno del suo 116esimo compleanno!

Tanti amici fumatori dicono che la miglior sigaretta è quella del mattino, quando l’aria è fresca e buona. Tanti dicono: smetto quando voglio. In effetti qualcuno ce la fa,  smette in un attimo e non riprende più. Ma poi gli manca il rito del fumo, il sottile piacere del gesto del fumare.
‘Smettere non è poi difficile: io l’ho fatto in vita mia migliaia di volte’, diceva Mark Twain. ‘Ho smesso di fumare. Vivrò una settimana di più e in quella settimana pioverà a dirotto’ diceva Woody Allen.

Lo scrittore Guareschi raccontava che con la moglie avevano giurato di non fumare mai più. Poi però, di notte, l’uno di nascosto dall’altra, si alzavano dal letto a fumare. Garibaldi, a 66 anni, a Caprera, quando sua moglie Francesca diede alla luce Manlio, per il bambino fece l’azione più eroica: rinunciò ai suoi prediletti sigari toscani.

Ci sono fumatori compulsivi, accendono una sigaretta mentre ne stanno già fumando un’altra. Molti artisti sono fumatori accaniti. Come De Gregori, o Guccini: “Ho smesso di cantare in maniera naturale, senza patemi: sentivo che con la musica non avevo più niente da dire e l’ho piantata. Finirla con il fumo, invece, mi sta facendo penare: è da un mese e dieci giorni che non ne accendo più una e mi manca, accidenti se mi manca". Alda Merini fumava 70 sigarette al giorno. De André, aveva una bellissima voce, profonda, levigata negli anni da un fiume di sigarette. Nella sua bara ha voluto, tra tante cose, un pacchetto di sigarette. E poi Mina, Gaber…Ma anche Van Gogh, fumatore incallito: ecco perché come artista valgo una cicca di tabacco.

Il fumo è stato l’unica consolazione in guerra.  Penso al Generale degli alpini Giuseppe Giacobinelli, che nei diari di prigionia scriveva: ‘Da circa una settimana non trovo più un mozzicone di sigaretta. È terribile non poter masticare un po’ di tabacco; pensare che molti sono ancora pieni di sigarette: quando tutti le avranno finite il tormento sarà comune e quindi un po’ attenuato. Non vengo però mai  meno alla mia fierezza: non chiedo nulla a nessuno.’

Le tabaccherie a Gavardo sono molte, e mi scuso se ne tralascio qualcuna: Datteri in Piazza Marconi, Break Bar in Via Quarena, Nuova Idea in via suor Liliana Rivetta, La Caffetteria in Piazza de Medici (sede dell’Inter Club, dove sventola la bandiera a scacchi nerazzurra con il tricolore), la Tabaccheria Cucchi a Sopraponte, La Piazzetta a Soprazocco.

Ho chiesto all’amico Antonio Abastanotti (92 anni ma è molto più in gamba di me!) di raccontare le tabaccherie nel passato. Ecco i suoi interessanti, bei ricordi.

“Nelle tabaccherie in Gavardo si vendevano principalmente sigarette, toscani e tabacco per la pipa, oltre al sale e altre cose utili per la casa; non mancavano le caramelle e dolcetti. Ricordo che sino alla fine della Guerra 1940/45 vi era una tabaccheria sotto il portico che faceva quadrato con quelli di piazza Zanardelli. Ora c’è il condominio con una nuova tabaccheria.

Dopo la latteria vi era un negozio di intimo per donne e uomini: oltre a vendere biancheria vendeva merceria diversa, gestita dalle sorelle Ferrari, parenti dell’attuale tabaccaio di P. Marconi. A seguire la tabaccheria gestita dalla signora Gigì. Questa tabaccheria era molto frequentata non essendoci tabaccherie nella zona est del paese.

Ricordo in particolare che durante la guerra, per la carenza dei trasporti, alcune volte non si trovavano sigarette e sale, che allora era venduto nelle tabaccherie assieme ai bolli, carte  bollate, e cancelleria. Si racconta che passando, un signore disse in dialetto: “Sàl, tabacc e carta balòcc, ché ghè la pal!”

Dopo la tragica morte della signora Gigì, furono le vicine sorelle Ferrari a gestire anche la tabaccheria fino alla totale demolizione di questi fabbricati, per la costruzione del condominio.

Un’altra tabaccheria era in via G. Quarena dopo il meccanico Casari, ora c’è una rivendita di abiti per signora. Questa tabaccheria era gestita dalla famiglia Brighenti. Ricordo quando vi era ancora la mamma e i due figli, il maschio che frequentava l’oratorio e la ragazza nubile. La sorella maggiore sposò il sig. Giuseppe Avanzi, costruttore edile col papà Andrea e il fratello Battista. Alla morte della mamma fu gestita dai figli; quando il figlio restò solo, chiuso il negozio, andò a vivere a Roma.

La tabaccheria della signora Gigì dopo la sua morte fu aperta in piazza De Medici dal sig. Pierino Bresciani. E un’altra in via Roma da un altro Bresciani, non parente. Erano rimaste queste due. Poi alla costruzione del condominio fu aperta la tabaccheria in piazza Marconi dal nipote delle sorelle Ferrari, Bruno, ora sono i figli di questo a gestire la tabaccheria, con Lotto ecc.  

Durante la guerra quando arrivava il sale alle tabaccherie si faceva la coda per riuscire ad acquistarne e qualche volta il sale portato non bastava a servire i richiedenti, cosi era anche per le sigarette ed i toscani. Ricordo di aver fatto anch’io qualche volta la coda per qualche uomo che conoscevo, anche se la Gigì mi chiedeva sempre l’età per darmene poche. Allora le vendevano anche sciolte, per farle bastare per tutti i clienti.

Alcuni uomini fumavano il mezzo toscano e quando era quasi alla fine ne masticavano l’ultimo pezzo, chiamato “la cicca”: quando lo facevano, avevano attorno alla bocca un alone di tabacco.

Tanti uomini hanno iniziato a fumare da militari, perché venivano loro distribuite quasi gratuitamente le famose Milit, un sottoprodotto delle Popolari. (Si trattava di sigarette micidiali dalle quali emanava un fumo denso e spesso, capace di far cadere stecchite le mosche…)
Il nonno di mia moglie fumava il toscano e quando era nostro ospite, andando a letto  la sera, si sedeva contro la spalliera a godersi le ultime boccate del suo mezzo toscano mentre recitava il rosario.

Di sigarette ve ne erano di diverse qualità e prezzo, naturalmente i meno dotati di denaro comperavano le Popolari o al massimo le Nazionali.

Anche alcune donne fumavano: quelle delle classi borghesi fumavano le sigarette con un lungo bocchino,  pavoneggiandosi al bar prendendo il caffè in compagnia. Anche alcuni uomini che si davano un’aria aristocratica, fumavano le sigarette con il bocchino di osso o di metallo.

Alcune donne, specie quelle in età, annusavano il tabacco. Una nostra vicina di casa, mamma del mio amico Giuseppe Bettini, talvolta mi mandava dalla Gigì a comperare per lei il Santa Giustina. Quando glielo portavo ne metteva subito un pizzico sul dorso della mano e col naso lo aspirava con delizia.

A 20 anni incominciai anch’io a fumare le prime sigarette, ma non ho mai fumato tanto. Però la fatica per smettere era uguale. È stata la passione per la montagna a farmi smettere del tutto potendo così respirare meglio in salita.”

Grazie, mitico Antonio! A proposito di tabaccai, suo figlio e mio amico Maurizio Abastanotti ha finito di scrivere  il suo ultimo libro, il romanzo “Alfa senza filtro” (sarà presentato il 21 settembre in Biblioteca). Racconta la storia di una tabaccaia, ispirandosi a un fatto delittuoso e misterioso accaduto veramente a Gavardo nel 1946.  Un affresco che contiene personaggi veri e personaggi inventati, fatti reali e fatti immaginati per descrivere il clima del secondo dopoguerra.  

Bacco, tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere. Non è raro sentire di uomini che sono fuggiti dalle mogli dicendo: “Cara, vado a comprare le sigarette.” Io non ho nemmeno questa scusa…

Ci sentiamo la settimana prossima,
a Dio piacendo

maestro John

Nelle foto:
1) Gilberto Vallini (papà del Direttore Ubaldo) con mons. Pozzi a una festa alpina a Nozza nel 1987 (immagine tratta dal libro a cura di Alfredo Bonomi)
2) Nella foto di Cesare Goffi: 1973, la ripresa di antichi giochi in Piazza De Medici nelle domeniche senza auto. Di spalle a Don Angelo Calegari si vede la tabaccheria del signor Bresciani Pierino.
3) Io con l’amico Deni Giustacchini (artista e fumatore) e le attuali mogli
4) Nella foto di Cesare Goffi: 1975, l’elezione del sindaco Avanzi (si fumava anche in Consiglio Comunale)


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