12 Ottobre 2021, 08.36
Valsabbia
Lettere

Sorrisi sotto i baffi

di Luciano Pace

In ricordo di un amico artista che credeva di fare l’elettricista


L’ultima volta che ci siamo incontrati lui era in macchina fermo in un parcheggio ed io a piedi. Gli feci segno di abbassare il finestrino e gli dissi sorridendo: “Stamattina eri arrabbiato con il tuo pettine per caso?”. Rise, in risposta.

Fra amici il sorriso non è solo un’emozione: è un’informazione sul senso della vita. Ho il ricordo nitido della sua “scapigliatura” buffa. Continuò dicendomi: “Bastardo dottore!”, come era suo solito chiamarmi.
MI disse anche che stava abbastanza bene: soffriva solo un po’ di bronchite stagionale. Era fine novembre 2019 e lui aveva contratto l’ancora ignoto coronavirus.
Egli non sapeva. Io non sapevo: tutti a quel tempo eravamo ignoranti! Qualche mese dopo, morì in ospedale a Gavardo, attaccato al respiratore: i suoi polmoni erano stati spezzati dal Covid-19.

Si è soliti dire che è dal modo in cui uno muore che si comprende come è stata la sua vita.

Perciò converrà partire appunto dalla fine. Mentre era appeso a un filo di vita ed ancora cosciente, un amico prete, ignaro della nostra comune amicizia, lo benedisse e gli diede l’estrema unzione.
Tutto scafandrato come ogni altro medico, senza tunica e stola, ma con l’amore di Cristo scolpito nel cuore, questo uomo di Cristo preparò Bortolo per il suo viaggio nell’aldilà.
Una casualità, si potrebbe pensare. No, nulla nella vita di un vero artista accade per caso.

E Bortolo fu un artista, nel vero senso della parola.
Non uno che cerca la fama attraverso ciò che fa, come siamo abituati a vedere in Tv. Nessun vero artista ha a cuore di mettere in mostra se stesso per ottenere fama e denaro. L’arte nasce dalla meraviglia difronte a ciò che altro da noi, non dall’ostensione del nostro egoismo. Questo Bortolo lo sapeva bene.

Sono fiero di avere alcuni dei suoi quadri appesi alle pareti di casa mia.
Egli, pur non avendo mai studiato nessuna tecnica pittorica in particolare, era capace di trasfigurare un paesaggio, un animale, una persona e mostrare la bellezza con cui Dio li ha concepiti.
Non so come ben esprimerlo, ma ogni quadro di questo baffuto artista ha il potere di farti comprendere quanto siano belle alcune scene naturali a cui quasi più nessuno fa attenzione.
Sono un aiuto ad accorgersi della verità e bontà presenti dentro la semplicità apparente di un bosco, di un centro storico, di un pastore... Perciò, di uno così, che ha indicato con la pittura le Sue meraviglie, Dio non si poteva certo dimenticare, men che meno nell’istante della sua morte.

La prima volta che l’ho incontrato fu una domenica di molti anni fa, durante una passeggiata al Lago della Vacca.
Mi colpì subito la sua simpatia e i suoi occhi pieni di bontà. Nel presentarsi, mi disse che faceva l’elettricista e dipingeva. Io gli risposi che studiavo Filosofia. Il che lo incuriosì, tanto che, mentre camminavamo, mi chiese di spiegargli cosa fosse la Filosofia.

Parlai per più di mezzora e lui rimase in ascolto attento. Alla fine mi disse: “Non ho capito. Ma mi sembra interessante”.
Scoppiammo a ridere entrambi di gusto. Un sorriso all’inizio... E uno alla fine. Un’ottima cornice in cui dipingere una bella storia d’amicizia. Il Grande Artista dell’universo ha un tratto inconfondibile quando pennella il senso delle nostre vite umane.

Infatti, queste due non furono le uniche risate
che facemmo in questa vita.
Un’altra davvero memorabile fu quando, per una serie di peripezie inenarrabili, ci trovammo una domenica in un piccolo rifugio con un ex-spasimante della sua sposa.
Ho in mente ancora il suo sorriso sotto i baffi, di circostanza, posto su un volto paonazzo di fastidio – era un omone molto educato – mentre osservava incredulo, con attorno noi suoi cari amici “bastardi” intenti a cercar di star seri, il suo sfortunato rivale in amore recitare l’ultima poesia a Concetta.

Ovviamente, insieme alle gioie, abbiamo sopportato insieme anche qualche dolore.
Tuttavia, di quelli non è molto interessante raccontare. Il dolore è sempre abbastanza uguale nelle vite di ciascuno di noi. Molto meglio concentrarsi sulla gioia, il cui potere è quello di far sentire contenta la nostra intelligenza. Fra l’altro, credo che se fosse ancora qui, anche Bortolo stesso mi darebbe ragione.
Del resto le sue conversazioni con me si concludevano spesso così: “Lasec fa ai filosofi, che l’he mei!”. Sempre con il consueto sorriso e gli occhi pieni di luce.

Ebbene, ora che Egli riposa in pace, non sono certo di essere in grado di spiegare bene cosa sia la Filosofia.
Ciò nonostante, nell’amicizia con Bortolo ho imparato che non importa. Egli mi ha insegnato che un quadro non è bello perché rappresenta tutto quanto esiste. È bello se, mostrandoti un particolare, te ne fa vedere la verità.

Lo stesso vale per le parole, credo. Anche queste che mi sono sentito di dedicargli a una certa distanza dalla sua morte. Non dicono tutto di lui. Indicano, credo, la verità di una vita che è stata quella di un pittore che in realtà credeva di fare l’elettricista.

Di questa vita io, e molti altri sono certo, siamo grati a Dio con tutto il nostro cuore.
Spero un giorno di poterlo rincontrare, e abbracciarlo di fronte a Colui che ci ha permesso di essere amici qui su questa terra.

E nel caso avessi l’anima un po’ sporca di qualche peccato, mi auguro che Egli mi possa sorridere a nome di Dio e dirmi: “Scusa ma eri forse arrabbiato con l’acqua santa?”.

Luciano Pace




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