13 Maggio 2021, 07.00
Idro Valsabbia
Eco del Perlasca

«Orizzonti di giustizia»

di Ilaria Limelli

Al Perlasca di Idro si è tornati agli incontri in presenza, con “Orizzonti di Giustizia”. Protagonista dell’evento Fiammetta, la terzogenita del giudice Borsellino, ucciso da un agguato mafioso il 19 luglio del 1992


Giovedì 6 maggio scorso, grazie all’interessamento del prof. Matteo Eggiolini che con i suoi studenti di classe 1 Amministrazione Finanza e Marketing, partendo dal cap. 3 de I promessi Sposi (incontro di Renzo con il Dottor Azzeccagarbugli, per chi non ricordasse) ha trattato il tema della giustizia, Fiammetta Borsellino è arrivata al Perlasca di Idro per incontrare gli studenti e offrire lo la sua testimonianza..
In Aula Magna, ad accoglierla non c’erano solo gli studenti di quinta ma anche rappresentanti delle Forze Armate provinicali e locali (Questura, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza),  delle Istituzioni Politiche Locali (Comunità Montana e Comune di Idro) e della Cultura (Prof. Alfredo Bonomi).

Durante l’incontro, volto a sensibilizzare i più giovani sul tema più che mai attuale della lotta alla mafia, ella ha parlato senza enfasi retorica, comunicando l’animo di un uomo, suo padre, dallo spirito combattivo, che ha “semplicemente” lottato per la verità.
Lei è portavoce di una storia, la storia di tanti uomini e donne che sono stati uccisi perché cercavano giustizia, perché cercavano di cambiare la città che tanto amavano e che avevano visto oscurarsi sempre di più, ma noi tutti abbiamo da subito capito che Fiammetta ha una sua personalità e non vuole, umilmente e giustamente, essere categorizzata solo come “la figlia di”.

Quando si parla di lotta alla mafia, le figure che vengono subito in mente sono quelle di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
I due hanno sacrificato la loro vita per combattere la criminalità organizzata, in primis come persone e poi ovviamente anche come magistrati, legati da un tragico destino che ha visto la loro morte susseguirsi a soli 57 giorni di distanza l'uno dall'altro.
Entrambi sono morti per mano di Cosa Nostra che, uccidendoli, ha pensato di dare un segnale forte a tutti coloro che decidevano di "mettersi contro" i boss mafiosi, ma in realtà questo gesto ha reso le figure di Falcone e Borsellino ancora più eroiche, ispirando tantissimi giovani delle generazioni future a non smettere mai di lottare contro la mafia.

“Nella morte mio padre è divenuto la vita di tutti”.
Sottolineando che niente è dovuto, Fiammetta parla dell’invito nella nostra scuola come di un regalo che le fa sentire suo padre vivo e  ribadisce come i valori per i quali una persona ha combattuto una vita intera non muoiano mai e di quanto importante sia quindi fare memoria, perché eventi come questo permettono di appropriarsi di testimonianze tangibili, che ci apparterranno per tutta la vita.

Questo incontro ci ha aperto gli occhi su un mondo che troppo spesso, erroneamente, sentiamo lontano da noi, un mondo che ricorda molto il “ciclo dei vinti” verghiano, in cui tutti, dal mafioso, ai caduti per la mafia e ai civili coinvolti indirettamente, pagano il prezzo di questo sistema malato. L’unica cosa che differenzia tutti questi vinti è l’atteggiamento con cui essi vanno incontro alla morte.
E Paolo Borsellino ha sempre affrontato a testa alta la vita, anche se cosciente che il suo vivere avrebbe potuto avere ripercussioni sui suoi figli, ma la sua forza stava proprio in questo: vivere una vita normale.
In famiglia erano preparati ad una vita vissuta nel pericolo, ma si sentivano tutti, forse anche ingenuamente, sicuri vicino a lui, e questo ci fa capire la forza di questo Uomo.

Borsellino, e con lui anche moltissimi altri, non si considerava un eroe, si riteneva semplicemente una persone normale in un contesto non normale, inquinato, in cui si “limitava” a svolgere onestamente il suo lavoro.
Era un magistrato, ma allo stesso tempo, si è sempre posto con umanità (concetto applicabile a qualsiasi tipo di lavoro) verso le persone alle quali si rivolgeva durante le indagini ed è stato questo a far la differenza: “l’umiltà- dice Fiammetta- ti mette nella condizione di ascoltare e quindi di capire le parole e i gesti che nascondono il pensiero, di capire i silenzi e i comportamenti ambigui; questo gli ha permesso di instaurare un rapporto di fiducia, di complicità di valori con i suoi stessi interlocutori”.

Ella ha inoltre posto l’attenzione sul fatto che la vera lotta alla mafia è attuabile soprattutto attraverso la cultura e il senso critico; sulla presa di coscienza che i cosiddetti “favori” elargiti, e poi richiesti, dalle organizzazioni mafiose sono in realtà dei diritti fondamentali dei quali ogni cittadino dovrebbe poter godere, grazie allo stato.
Fiammetta Insiste sulla gravità di chi cede a comportamenti omissivi, alla mentalità mafiosa, ribadendo che per combatterla sia necessario prima conoscerla.

Perché la mafia è una forma di complicità e di corruzione che tende a dare risposte ai bisogni dal basso.
Quando lo stato non dà le risposte adeguate, le mafie si nutrono del consenso, quindi non può basta una mera e sterile opera di repressione.
La mafia trionfa su un terreno di collusioni e di consenso. Nelle regioni in suo potere, essa si sostituisce allo Stato, garantendo talvolta ordine, aiuto e protezione. Le mafie si sono sviluppate, in parte, proprio sfruttando la diffidenza della popolazioni meridionali nei confronti dello Stato, uno Stato che al Sud è vissuto ancora come estraneo e vessatorio.

“La mafia si nutre in gran parte della disperazione delle persone, con la crudele conseguenza di lasciare le vittime in stato di bisogno e incapaci di trovare un riscatto sociale. Bisogna credere nello stato e non bisogna tradire l’idea di uno stato sano, che salvaguarda i diritti dell’uomo.
Per battere la mafia occorre principalmente ripristinare una cultura della legalità, capire che il rispetto delle regole porta ordine, pace, progresso, sviluppo e ricchezza” aggiunge con convinzione. La diffusione di un maggiore senso civico è nell'interesse di tutti e  favorisce un miglioramento generale della qualità della vita.

Ma Fiammetta sottolinea soprattutto un concetto importantissimo: non dobbiamo avere paura, perché la paura comporta la perdita della speranza, e se viene a mancare la speranza allora la mafia vince.
La paura è un fatto estremamente umano, ma deve essere portatore di coraggio, non di incoscienza.
Si può scegliere da che parte stare. Nella nostra quotidianità noi tutti possiamo essere la “cura” a questo sistema.

La mafia occupa un posto di rilievo nella storia dell'Italia contemporanea, essa si sta spostando pericolosamente sempre più a nord, perché sembra ormai trovare ovunque un terreno favorevole. La questione della legalità dunque non tocca soltanto la gente del sud, ma ci tocca ormai tutti, sempre più da vicino.

La mafia attuale viene definita “invisibile” e per molti questi sono sinonimi di inesistente o comunque di poco preoccupante. Invece la mafia ha cambiato strategia ma è molto più potente che in passato perché è diventata “imprenditrice”.
Questa nuova direzione era già stata colta da Giovanni Falcone, ma come evoluzione, non come novità assoluta, poiché il potere si esercita sempre con il controllo economico.

Il lavoro di Borsellino e con lui di Falcone, di Cassarà, di Montana, di Chinnici e di tantissimi altri stava smuovendo le coscienze.
Tutti ambivano infatti a un movimento culturale e sociale che coinvolgesse la popolazione intera, perché sia i politici sia i mafiosi contavano molto sui giovani..

Quindi perché insegnare legalità a scuola?
Perché si continui a ricordare che la mafia, seppur in questi anni sia cambiata, è ancora presente tra noi e che c’è bisogno di ragazzi che credano profondamente nel lavoro che fanno.
E’ stato necessario che lui lo abbia fatto e che tanti altri ora lo facciano; abbiamo tutti il dovere morale di continuarlo a farlo.

Dovremmo tutti ricordarci che essi hanno agito senza mai lasciarsi condizionare dalla possibilità, anzi dalla certezza, che tutto avrebbe potuto costar loro caro.
Paolo Borsellino non vorrebbe esser considerato un eroe, ma la verità è che ci ha lasciato una grande eredità: la giustizia è possibile.

Ilaria Limelli  5^A Liceo



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