16 Settembre 2007, 00.00
Valsabbia - C
Arte&fede

Da Santo Stefano a Barbaine... e ritorno

Dalla guida grafo che si occupa dei comuni di Vestone, Lavenone, Pertica Alta e Pertica Bassa, proponiamo la presentazione delle chiese del comprensorio a cura del prof. Alfredo Bonomi.

Dalla guida grafo che si occupa dei comuni di Vestone, Lavenone, Pertica Alta e Pertica Bassa, proponiamo la presentazione delle chiese del comprensorio a cura del prof. Alfredo Bonomi.
Riportiamo il testo integrale, consapevoli di quanto sia piuttosto “lungo” per i canoni tipici del web. Ci pare, tuttavia, che proponendo il documento a “puntate” faremmo torto alla chiave di lettura adottata dal Bonomi, interessante, che esamina i tesori valsabbini nella complessità che li mette in relazione gli uni con gli altri.


Da Vestone, alle balze delle Pertiche, all’alpestre valle dell’Abbioccolo e, per chiudere il cerchio ideale di una unità storica ed umana, a Lavenone, le chiese, alcune vaste quasi come basiliche, altre più modeste, alla stregua di cappelle di campagna, sono la tangibile testimonianza di un passato d’arte e di ingegno.
E’ nelle chiese che si conserva il meglio dell’arte valsabbina. Sono scrigni ove il fondersi di una antica consuetudine alla fede e di orgoglio civico ha concretizzato testimonianze artistiche non banali. Una visita intelligente a questi templi suggerisce allo sguardo attento riflessioni inusitate. E’ così possibile cogliere una peculiarità di questo nodo di convalli che guardano a Vestone, cuore storico dell’intera Valle Sabbia, e più precisamente l’antica e collaudata consuetudine degli abitanti a non rinchiudersi in se stessi ma ad aprirsi con disponibilità agli apporti di orizzonti più vasti.

E’ questa la ragione più vera della rilevanza artistica delle chiese ove fan mostra, materializzate in pietre lavorate, in tele, in ancone ligneee ed in paramenti di pregio, intuizioni artistiche che si sono abbondantemente abbeverate ai grandi filoni provenienti dalle città della Padania prima e poi da quella grande miniera di ingegni che fu Venezia ed ancora alle robuste e spigolose genialità nordiche, qui giunte sull’onda delle peregrinazioni degli artigiani del ferro abituati a percorrere i sentieri di contrade diverse e straniere per mettere a frutto la loro arte e per cercare proventi per vivere dignitosamente.

Non è possibile richiamare tutto un patrimonio così copioso. Questa è proprio la zona delle “mille chiese” tante quanti i poggi che rendono più mosso il paesaggio. Tutte le epoche hanno lasciato il loro segno, anche se il trionfo del barocco ci richiama la nobile e colta figura del cardinale Querini e ci evoca i tempi di una teatrale rappresentazione dei dogmi della fede per renderli di immediata comprensione alla gente e per anticipare nella gloria della pietra e del legno altre glorie più sostanziali dello spirito.

TRA MEDIOEVO E RINASCIMENTO
Giungendo a Nozza, per chi viene dalla città, la rupe incombente della rocca è resa più gentile dalla chiesetta di Santo Stefano, probabilmente antica diaconia della Pieve di Idro. Da qui può proprio iniziare il viaggio nelle delizie dell’arte attraverso un itinerario che rivisita stili di tempi diversi con soste che non obbligano a far tappa presso ogni chiesa, ma che sono consigliate da alcuni punti fermi per tipologia architettonica e per rilevanza artistica.

Citata già nel 1349 e poi ancora nel 1410 come “Santo Stefano de Noxa” la chiesetta ha tutte le caratteristiche delle costruzioni romanico-gotiche sparse per le campagne e le montagne. Dall’alto della rupe si impone al paesaggio in modo discreto ed armonico. Le eleganti finestrelle laterali ingentiliscono il tempietto. L’interno conserva interessantissimi affreschi votivi che sono insieme il segno di una devozione radicata e del pennello non certo grossolano di pittori di passaggio non ridotti al rango di ingenui “madonnari”. Il tema della crocifissione ripreso in un affresco datato 1492 è il più evidente quasi a collocarsi in sintonia con periodi di pestilenze, carestie e povertà.
Passata la “porta” di Nozza, perché proprio una porta diventa il poco spazio che rimane libero fra la rupe ed il Chiese, ci si immette nella valle di Vestone. Per ripercorrere i sentieri dell’arte mediovale, che sono poi in gran parte quelli della storia delle pievi di Mura ed Idro che ebbero giurisdizione religiosa su questi territori, è indispensabile salire verso Livemmo per una visita alla chiesa di Barbaine.

L’imponente Corna di Savallo domina il paesaggio e sotto la corna la grande chiesa plebana di Santa Maria Assunta – il “chiesone” come è chiamata ancora oggi la vastissima costruzione, tardo secentesca – è il segno evidente di una identità che ha unito per un millennio il Savallo alle Pertiche come “summa vallis” cioè zona montana a nord di Vestone.
E dal Savallo lo sguardo intenso e bellissimo del Sant’Antonio Abate del Moretto in Comero guarda questa costellazione di arte e di esperienze che dalle Pertiche va verso i due centri di fondovalle di Vestone e di Lavenone.

La chiesa di Barbaine, posta su un poggio dal quale si domina un orizzonte dai colori filtrati da una intensa luce e che una leggenda dice legata a memorie cenomane e romane, è un po’ il cuore delle Pertiche. Il pennello del grande Togni l’ha resa nella sua poetica campagnola bellezza. Qui parla veramente la storia. La chiesa è ad aula unica. La facciata ha un impianto ancora romanico, con piccolo oculo circolare sopra un portale in grigio monolitico di notevoli proporzioni che ricorda mitiche porte di città antiche. La parete sud è ornata con alcune bellissime monofore strombate, tipiche delle più vetuste architetture della valle.
L’attuale costruzione si rifà agli schemi in uso negli ultimi anni del ‘400. Così l’interno presenta sia l’arco a tutto sesto appartenente alle forme romaniche originarie sia arconi ogivali che scandiscono gli spazi della navata e che diventano nervature decorative.

Gli affreschi che adornano le pareti, oltre a ricordare il tempo in cui i fedeli di Livemmo, Avenone e Belprato convenivano tutti a questa chiesa, sono un palese esempio dei santi venerati nei borghi rurali come Sant’Antonio Abate invocato dai mandriani. Un affresco raffigura la immotivata persecuzione contro gli Ebrei scatenata ad arte in quel di Trento nella prima metà del secolo XVI ed il radicarsi nelle nostre valli di un culto strettamente connesso alla propaganda antiebraica ben coltivata nei grandi centri e non seguita, dai documenti consultabili, nei nostri paesi. Gli altri santi raffigurati e primi fra tutti i vescovi di Brescia San Filastrio e Sant’Apollonio sono il visibile legame fra la chiesa delle montagne ed il centro della diocesi, o meglio, sono l’artistica raffigurazione di un rapporto del territorio con la città, assai dialettico e ricco di sollecitazioni ancor prima del dominio veneto.

Da Barbaine, ripercorrendo le antiche strade dei commerci medievali e dei viandanti che le hanno solcate per centinaia di anni, passando per Avenone, si scende a Forno. Qui nell’antica chiesa quattrocentesca di Santa Maria, trasformata poi in epoca barocca, è recentemente riapparsa da un lungo oblio una “Madonna” di straordinaria bellezza. E’ un affresco della prima metà del secolo XV. Una confraternita ha coltivato a lungo la devozione alla Madonna fra i lavoratori delle fucine che nei secoli passati hanno fatto di Forno un importante centro siderurgico e commerciale, sede di potenti famiglie a simpatie guelfe che interessavano floridi commerci con Brescia, Venezia, la Toscana ed il centro Italia e con agganci pure con la corte imperiale di Boemia. La "Maestà” di Forno d’Ono non è solamente una bellissima e dolcissima Madonna ma evoca pure la floridezza economica ed intellettuale del borgo dal secolo XVI al crollo della denominazione veneta.

Salendo ad Ono Degno le piacevoli sorprese sono molte. L’antica chiesetta-diaconia di San Lorenzo posta sulla “strada del ferro” che comunicava con Collio e con Presegno, indi con Bagolino attraverso il passo della Berga, contiene ancora affreschi tardo quattrocenteschi.
Prima di ridiscendere a Vestone non si può privare di una visita l’oratorio di San Martino a Levrange, prima parrocchia del paese. In parte celate ed in buona parte in evidenza conserva le vestigia architettoniche e gli affreschi di una antichissima postazione monastica che si richiama al culto potato in Italia dai Franchi.

SAN LORENZO DI PROMO
Ma è proprio a Vestone che troviamo la cerniera e lo spartiacque artistico fra l’arte quattrocentesca e rinascimentale e quel gran mare di motivi che è il periodo barocco.
Bisogna ripartire da Promo per questo nuovo piacevole pellegrinaggio. Qui si sviluppò la prima comunità civile e cristiana di Vestone, con tutta probabilità nelle vicinanze dell’attuale chiesetta di San Lorenzo, originariamente ad architettura romanica con copertura in legno “a capanna”, come le pievi e le chiese rustiche dei secoli XI e XIII.

La dedicazione della chiesa ci indica chiaramente anche la sua origine. Essa fu parte di una diaconia sussidiaria della pieve di Santa Maria “ad undas” di Idro, posta ai limiti meridionali del vastissimo territorio dipendente religiosamente da questa pieve. La chiesa di San Lorenzo di Promo, nel contesto dell’organizzazione religiosa e caritativa della pieve, deve essere stata una cappella annessa ad un ricovero di pellegrini, organizzatosi nei secoli VII e IX o forse ancor prima.
Ben presto la comunità religiosa di Promo-Vestone, per la fortunata posizione geografica del borgo, posto sulla via di grande comunicazione tra la pianura padana ed il “mondo nordico”, all’incrocio di altre vie minori ed alla confluenza del Degnone nel Chiese, ha assunto un ruolo importante all’interno del territorio della pieve, diventando un secondo polo religioso, con una posizione quasi paritaria rispetto a quella della pieve stessa, dalla quale si staccò di fatto il 15 settembre del 1480.

Nell’evolversi dell’economia, alla fine del XVI secolo, l’asse religioso vestonese, seguendo i mutamenti della consistenza urbana, si sposterà da Promo al fondovalle, presso la nuova chiesa dedicata alla Visitazione della Vergine a Santa Maria Elisabetta, che si andava costruendo proprio in quegli anni con l’imponenza e sontuosità di una facciata che ancor oggi rende nobile la piazza di Vestone.
Nonostante i rimaneggiamenti subiti nella seconda metà del secolo XVII e nei primi anni del XVIII, San Lorenzo di Promo è ancora oggi la costruzione più prestigiosa del territorio del comune di Vestone ed uno dei templi più importanti di tutta la Valle Sabbia. All’esterno, verso il cimitero (piccolo monumentale ottocentesco delle “glorie valsabbine”), una elegante loggetta rende l’insieme più piacevole anche se il sovralzo della chiesa avvenuto nel ‘700 ha un po’ alterato la proporzione. La torre campanaria reca due date: 1530 e 1531. A coronamento è resa più snella da quattro bifore, tra le poche rimaste in Valle Sabbia.

L’interno alterna testimonianze della primitiva costruzione ed ulteriori apporti ed è un po’ la “pinacoteca” di Vestone.
Sulle pareti, scoperti e restaurati da pochissimi anni, ci sono interessanti affreschi. Uno è datato 1533. Sopra l’altare maggiore è posto un polittico cinquecentesco di notevolissima importanza. Le tavole sono attribuite a Martino da Gavardo, pittore che ha operato prevalentemente nei primi venti anni del ‘500, assai importante e quasi sconosciuto alla critica “ufficiale”. In una elegante architettura lignea sono inserite, nel registro inferiore, le tavole della Madonna con San Lorenzo e Santo Stefano a figura intera. San Giovanni e San Giuseppe a mezzo busto; nel registro superiore Dio Padre con ai lati San Sebastiano e San Rocco, e nel fastigio l’Annunciazione. Questo insieme poggia sulla predella in cui è rappresentata l’Ultima cena unitamente al martirio di San Lorenzo. Sui plinti invece ci sono i quattro Padri della Chiesa. Il polittico è una delle perle dell’arte valsabbina ed il vanto di Vestone.

Il significato simbolico e teologico dell’insieme rimanda ad un complesso discorso culturale-liturgico. Dal punto di vista più strettamente pittorico il colore limpido richiama, nel registro tonale più che nella stesura, alle intuizioni ed alle riflessioni calde e sontuose tipiche della sensibilità veneta, anche se il riferimento all’espressività lombarda e specialmente bresciana del Foppa e del Ferramola dovrebbe essere probante di una linea tutta padana dell’autore. Questo polittico è il miglior esempio valligiano rimasto tra i tanti che dovevano decorare le chiese nel Cinquecento e che sono andati distrutti a causa della rapacità umana e della inclemenza del tempo.

IL FERVORE BAROCCO
Da Promo alla piazza di Vestone il percorso è breve ma l’atmosfera cambia. Sul poco spazio lasciato libero dalla composta eleganza delle dimore s’impone la grandiosa facciata della chiesa parrocchiale, punto obbligato di snodo per la zona tra l’architettura cinquecentesca ed il proporsi corposo ed affascinante delle movenze del barocco, nel suo trionfo di sfumature di giochi luminosi e di superfici ricamate con trine di stucchi.

Costruita nei primi anni del ‘600 questa solenne facciata di pietra nera di Levrange, è l’esempio più elevato fra tutte le chiese che dominano le piazze valsabbine. Potrebbe essere il risultato della intrapendenza di un “magistro” che si è rifatto ai disegni del Bagnadore. Una ipotesi non ancora suffragata da documenti ma resa plausibile da una attenta analisi ci porta nell’alveo di quel grande torrente d’inventiva dei maestri comacini. Servono approfondimenti e ricerche per individuare l’autore di un disegno così solenne che da solo premia., con la piacevolezza del bello, lo sguardo del passante non disattento.

Le testimonianze lasciate dal fervore barocco, dopo la peste del 1630 e sino agli ultimi anni del ‘700, in una fioritura straordinaria di iniziative, vera “glorificazione” di un’epoca prospera di arte di avvenimenti complessi, sono molte e tutte di rilievo. In questo “tour del barocco locale” è però d’obbligo la partenza da Ono Degno. Il Santuario della Madonna del pianto, dei primi anni del ‘600, è un miracolo di equilibrio compositivo. Le successive decorazioni settecentesche non hanno fatto altro che rendere ancora più prezioso l’insieme.
La chiesa parrocchiale, vera “cattedrale” fra i monti, è un gioiello non ancora sufficientemente conosciuto ed apprezzato, pietra miliare delle chiese barocche di tutta la Valle Sabbia. L’esterno, non ultimato, è nel medesimo tempo austero ed elegante. L’interno presenta una maestosa scenografia degna di un tempio di città. La grande navata nel suo continuo rincorrersi di linee, ove è abbandonato l’angolo retto per lasciar libero campo alla morbidezza quasi insinuante, è perfettamente omogenea nello splendore degli affreschi e degli stucchi. Pur essendo l’ultimo risultato di molti anni di lavoro, l’unitarietà data dall’insieme dal 1730 in poi fa pensare all’apporto di un grande architetto. Senza avanzare ipotesi troppo fantasiose è però interessante ricordare che ad Ono Degno hanno lasciato la loro impronta alcuni dei più prestigiosi architetti bresciani, dal Lantana al Biasio.

Le tele, gli affreschi, gli stucchi portano una corolla di grandi firme: dal Celesti, al Bagnadore, ai Paglia, allo Scalvini, al Voltolini, al Corbellini. Le meravigliose prospettive ad affresco delle soase degli altari laterali sono l’unico esempio di “costruzione scenografica” usata dal versatile Scalvini per una chiesa. Siamo qui proprio nel cuore di quel Settecento un po’ festoso ma nel contempo arioso e misurato. Le “architetture mondane” sono stemperate in una gloria d’insieme che vuole essere un messaggio intellettuale e spirituale. Insomma in questa chiesa si respira un po’ l’aria del Settecento bresciano fatta di intellettualità e di sottili turbamenti.
In sagrestia alcune tele sono attribuite ad Antonio Dusi che la critica sta rivalutando fortemente e sicuramente originario proprio di Ono Degno.
Da Ono Degno lo sguardo giunge alle bellissime abetaie di Passello che dividono la raccolta e suggestiva Valle del Degnone dalla ariosa Pertica Alta.

E sull’altro versante, a Belprato, c’è un altro gioiello architettonico. La chiesa parrocchiale di Sant’Antonio Abate, più modesta per spazi e concezione d’insieme di quella di Ono, meno ricca di tele significative, è comunque mirabile nell’eleganza delle forme e nello slancio quasi da sembrare una sala di rappresentanza di una ricca villa di campagna, se non fosse per la forte dimensione sacrale dei simboli religiosi e delle ricche soase lignee che riconducono i fili bizzarri della fantasia artistica e dalla “razionalità” settecentesca alle volute corpose ed ai polposi motivi floreali degli intagli locali.

Accanto a queste maggiori c’è poi tutta una costellazione di chiese, dalla parrocchiale di Livemmo, a quelle di Lavino e Navono, e via via a Odeno, ad Avenone, a Forno, a Levrange, a Presegno, a far corona con un ricco repertorio di dipinti, sculture, affreschi, mai di qualità scadente. A Livemmo in particolare nella chiesa parrocchiale, dedicata a San Marco per testimoniare la radicata devozione a Venezia di questo paese ed a Sant’Andrea per continuare il culto coltivato con intensità nella prima parrocchia di Barbaine, lo sguardo si muove fra le atmosfere e le tonalità composte della pala dell’altare maggiore di Pietro Marone, tutte ancora rivolte alla scuola di quel grandissimo pittore che fu il Moretto, e la vivace leziosità apportata dallo Scalvini nella tela e nella soasa dell’altare della Madonna del Rosario. In questo che sembra più un “oratorio” domestico che un altare di chiesa, si fondono i risultati dello scalpello degli ultimi “Boscaì” e la decorazione del versatile Scalvini.

Da Belprato a Nozza, per la via che conduce al vecchio mercato, cuore folcloristico ed in un certo senso umano dell’Alta valle, il passo è breve.
Al centro del paese, nella parrocchiale di SANTo Stefano si apre uno squarcio di paradiso con un ciclo di affreschi praticamente grande come tutta la superficie delle pareti. Anche questa è una tappa obbligata nel tragitto della conoscenza degli affreschi barocchi valsabbini, L’ingegno dello Scalvini e gli apporti di altri artisti del periodo hanno lasciato qui una testimonianza fra le più belle dell’arte settecentesca. Grandi affreschi inquadrati in leggere cornici a stucco raccontano la vita di Santo Stefano. Una Natività posta sulla controfaccia della chiesa ci immette in un clima di calda familiarità.
Se a San Lorenzo di Promo, con il polittico, il pennello di Martino da Gavardo ha aperta una stagione ricchissima di ulteriori opere significative, a Nozza quello dello Scalvini, dopo aver reso più belle molte altre chiese della valle e dopo essersi accompagnato a tanti imitatori cooptati, chiude un’epoca che coincide grosso modo con la fine della “venezianità” della valle.

A Lavenone c’è l’esempio più vistoso di questo passaggio. Sopra le case, imponente e bellissima, la chiesa parrocchiale, quasi montagna di pietra, è il punto di raccordo visivo tra il borgo e la Corna Zeno. La mole è maestosa, per certi aspetti con schemi ancora settecenteschi ma per molti motivi anticipatrice della monumentalità lineare, essenziale ed un po’ staccata delle chiese neoclassiche. Costruita su disegno di Gaspare Turbini, iniziata nel 1782 fu praticamente già terminata nel 1790 con l’aiuto economico delle famiglie Gerardini e Roberti.. E’ l’ultima grande “fabbrica” della valle, e la sua architettura risulta la migliore sintesi di questa età di transizione. Impressiona proprio la superba altezza di questa chiesa quasi concretizzazione simbolica del passato di un paese importante per consistenza economica, per storia e per tradizioni.

La ricchissima dotazione degli intagli lignei ne fanno un esempio assai corposo della abbondante inventiva degli intagliatori valsabbini che hanno avuto proprio nella convalle del Degnone il loro fulcro creativo e che hanno saputo elevare l’artigianato alle vette dell’arte fino a “far scuola” nel significato vero del termine.
Un altro viaggio artistico cui accenniamo solo si potrebbe snodare con grandi sorprese tra un ciborio e l’altro. C’è tutto un capitolo con i paragrafi scritti nel marmo dai “lapicidi” di Rezzato e Virle che Hanno lasciato nelle chiese autentici capolavori. I nomi sono quelli notissimi del Tagliani, del Bombastone, del Malpase, dei Baroncino e di altri. Nella chiesa di San Michele a Lavino il ciborio dell’altare maggiore è un autentico tempietto scenografico che ricorda le fantasmagoriche architetture di Venezia. Ma poi c’è quello di Odeno, attribuito al Calegari, quello di Livemmo, assai bello, e poi quello di Presegno ed ancora paliotti, predelle, tabernacoli più o meno grandi, più o meno ricchi.

Ce n’è per tutti i gusti.

di Alfredo Bonomi


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